VITALIANO CORBI (1982) Luigi Mazzella ama le "differenze" della materia. Essere scultore significa innanzitutto sentire, nello spazio dove si chiude il circuito tra lo sguardo e la mano, la flagranza di queste differenze che precedono le distinzioni dell'intelletto e le gerarchie dei valori. Per Mazzella i titoli di nobiltà assegnati dalla tradizione alle diverse materie davvero non hanno più corso. Ma la materia, per lui non è neppure un semplice mezzo per dare corpo all'immagine. Tra questa e quella, infatti, c'è un rapporto così stretto e profondo che potrebbe dirsi organico: nel senso della loro inseparabile unione entro un medesimo processo di organizzazione formale che nell'opera d'arte, appunto, raggiunge il momento di più alta ed esemplare evidenza. Il passaggio, perciò, dal bronzo al ferro, dall'argento all'ottone o dalla pietra al legno, nelle opere dell'artista napoletano, non è il segno di un'insoddisfatta ricerca di nuovi mezzi espressivi nè, ancor meno, di un irrequieto sperimentalismo, ma il risultato di un'acuta sensibilità percettiva, di una capacità di avvertire che la qualità di una scultura non si identifica semplicemente con la qualità fenomenica della materia, ma a questa è tuttavia indissolubilmente legata. La scelta del piombo, per una serie di sculture realizzate in questi ultimi anni, trova la sua ragione principale nel particolare grado di duttilità di questo metallo, lavorato dall'artista in presa diretta, senza ricorrere ai consueti procedimenti di fusione. Mazzella parte da una grande lastra di piombo, che egli dispone ed articola nello spazio, saggiandone quasi le caratteristiche di flessibilità, di resistenza, di peso. La incurva in larghe e dense pieghe, la incava profondamente e la distende in superfici luminose, la assottiglia, la sbalza in nervature sguscianti, la martella e la spinge nell'ombra, la fa brillare in falde guizzanti e in ampie ali protese. Ne derivano immagini di mirabile rigore formale: immagini che possono parere astratte - poichè rifiutano i codici convenzionali della rappresentazione figurativa - ma che suscitano ricordi di nitide scanalature, di antiche Vittorie alate e di classici panneggi, come quelli che, in una significativa fotografia d'una scultura di Boccioni, fanno eco dal fondo alle "Forme uniche della continuità nello spazio". E l'accenno a Boccioni non vuole essere tanto una notazione occasionale, quanto l'indicazione di un precedente storico che nell'esperienza plastica di Mazzella ha avuto un ruolo decisivo. Più che i nomi di Somaini, di Ghermandi o di Mastroianni, che pure si potrebbero proporre per intendere qualche tangenza culturale nell'opera di questo nostro originalissimo scultore, è quello del grande artista calabrese a fornire l'unica attendibile segnalazione di percorso. Questi "piombi" posseggono una forte carica evocativa, mettono in moto un gioco di rimandi e di metafore. Nella rete delle allusioni antropomorfe s'insinua una sorta di geografia fantastica. Sono scaglie e spuntoni di rocce, alti crinali, declivi dolcissimi e aspre fenditure. E, infine la sensazione di una materia viva, di giganteschi organismi ancora pulsanti. Forse uno dei tratti più originali della scultura di Luigi Mazzella sta proprio nell'avere egli saputo far risalire un sentimento intensamente drammatico della vita verso una forma nitida ed essenziale. Indubbiamente quell'intuizione organicistica che circola nelle sue opere - e che sembra nascere dall'interno della materia stessa - ha trovato una felice corrispondenza nella natura di questo metallo, cui spesso si associa un'idea di greve fisicità, ma anche di morbida ed insinuante dolcezza. Mazzella, però, non si lascia attrarre giù, affascinato da una fluida e torbida ambiguità esistenziale che rischierebbe di ridurre la scultura ad una condizione di informe matericità. Egli, "modellando" il piombo con una perizia straordinaria e per alcuni aspetti inedita, lo carica di energia plastica, lo sottopone a sollecitazioni dinamiche che investono lo spazio, senza tuttavia rompere la coerenza interna dell'immagine. Si direbbe che le superfici di piombo, a lungo premute e segnate nel loro spessore da una forza esterna, la restituiscano, questa forza, di colpo e come moltiplicata. La scultura diventa, così un nucleo, una matrice spaziale capace di modificare profondamente la percezione dell'ambiente che la circonda. Le opere di Mazzella sono forme sospese nello spazio, dove esse si protendono e si espandono in ogni direzione. Si osservi, tra l'altro, come l'artista abbia voluto evitare di farle poggiare direttamente sulla base, dalla quale, invece, s'innalzano per mezzo di un perno. E questo non ha solo come è ovvio, la funzione di sostegno materiale, ma anche quella di indicare l'asse centrale intorno a cui i volumi si connettono e ruotano armoniosamente. Si potrebbe anche supporre che questo effetto di levitazione apra la strada ad una concezione spettacolare della scultura e la avvii verso il traguardo insidioso di una monumentalità scenografica: quasi una rivisitazione, pur in un linguaggio plastico così modernamente diverso, del barocco berninia no. Esso, invece, serve a liberare la scultura dall'equivoco, da cui essa è stata sempre insidiata, della sua totale e paritetica appartenenza al mondo degli oggetti. Serve, cioè, a sospendere il rapporto che l'opera intrattiene con la realtà fenomenica, per riproporlo, in maniera ben altrimenti complessa e mediata, attraverso il nuovo statuto formale raggiunto dalla materia e dall'immagine. |
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