"TERRITORI" di Nicola Pagliara per la mostra di Luigi Mazzella Guardo dal terrazzo di casa mia il torrente di auto policrome che sfrecciano impazzite nelle due direzioni, alternate a colossali dinosauri gialli, striduli tranvai; betoniere minacciose come carri armati con i rostri puntati, pronti allo scontro mortale. Poca la gente infreddolita sotto una pioggia acida tagliente che cammina ammutolita, schiacciata sotto i muri. Strade di città o di campagna; autostrade come nastri trasportatori, rombano con ululati tragici tagliando il nostro universo in mille direzioni e la pace dei campi: il rosa-viola di un'alba non ha quasi più senso, scollato dai clacson minacciosi che ci portano profezie di morte. Il nostro territorio è questo: un fiume in piena che trascina con sé il massacro di interi villaggi; tronchi, travi, carcasse di animali gonfi come otri che rotolano minacciosi lasciando dietro di se un lago alluvionale, ingombro di residui della nostra civiltà. Chi coglie per primo questo nuovo orrore; chi sente il tanfo mutato di una natura in disfacimento, non è la politica che discute i possibili rimedi, ma il dolore acuto, tutto interiore che l'artista esprime ferito nella sua logica di equilibrio estetico; di valori rimossi, di sentimenti negati, di abbandoni laceranti nei quali avverte di aver compromesso se stesso e la logica universale. L'Artista è questo nel nostro tempo, come lo fu Goya nel suo: l'attento filtro dell'intuizione rivoluzionaria; del come e perché il contenuto che appare delle cose (edulcolato e mal confezionato), nasconde in sé i semi di una catastrofe annunciata. E tenta disperati segnali di pericolo, offrendo se stesso e il suo dolore; esprimendosi con segni muti che contengono urla laceranti di aiuto, inascoltate, macinate dalla velocità e dal consumo; e non si risparmia, lavorando con le mani, il fuoco, il ferro, i colori, le lettere con richieste disperate di brandelli di ragione. Luigi Mazzella da anni fa tutto questo: torce le sue mani di scultore intorno a lastre di piombo o di rame o di ottone. Taglia, piega e divide enormi quarti di lamiera; li rimonta come pezzi di un territorio devastato. Poi li lucida, li rende splendenti come i creti di Burri e li trasforma in icone di una morfologia inedita, dando speranza estetica perfino alla distruzione, alla dissociazione, alla negazione del senso storico del "bello". Eppure, da artista puro, non rinuncia alla sua giustificazione di esistere. Così estrae dal nuovo magma le eterne iconografie; le simbologie totemiche; i cromlech delle civiltà celtiche configurando recinti più simili a Stonehenge che non alle perfette e false armonie della nuova figurazione. Attraverso i suoi paesaggi, brandelli di un futuro remoto, mette sotto i nostri occhi una nuova armonia costruita sul rischio della difficile estetica primitiva, caricando di simboli l'essenziale; tornando alla radice dei sentimenti perduti. Il suo universo è quello di Milton, dove l'angelo bello è appena precipitato e ancora non è sorta la luce di una qualsiasi speranza. Mi chiedo quanta disattenzione nostra nei confronti dell'inutile commestibile che la "civiltà" ci offre, rende indigesta la nostra timida coscienza, e quanto siamo disposti (o fin quando) a marcire dentro, senza avvertire l'universo di valori a cui abbiamo rinunciato. Mazzella , con il suo lavoro, opera questo tentativo, brutalmente e senza pietà; lasciandoci esterrefatti di fronte alla distrazione con la quale consumiamo il nostro tempo: come Ernst, scava nella metafisica arcaica e urlando attraverso i suoi segnali, ci offre ancora una volta, speranza dall'infinito territorio della distruzione. Napoli, 11 dicembre 2000 |
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